Al New Republic la carta canta. Insieme alla terza via digitale
L’immagine di un ragazzo di ventinove anni diventato ultramilionario in un famoso dormitorio di Harvard che appende alle pareti le pagine cartacee di un settimanale quasi centenario e controlla titoli e occhielli, sceglie fotografie e infografiche ha qualcosa di rinfrescante. Chris Hughes ha preso in mano New Republic, “un giornale di opinione che cerca di rispondere alle sfide di una nuova epoca”, come recitava la sinossi in calce al primo numero, anno 1914, e lo sta traghettando in una nuova epoca seguendo una rotta fra il facile nuovismo che frammenta le news in una serie confusa di tweet e la nostalgia dei fasti di un giornalismo di qualità di cui qualcuno ha già celebrato il funerale.
22 AGO 20

New York. L’immagine di un ragazzo di ventinove anni diventato ultramilionario in un famoso dormitorio di Harvard che appende alle pareti le pagine cartacee di un settimanale quasi centenario e controlla titoli e occhielli, sceglie fotografie e infografiche ha qualcosa di rinfrescante. Chris Hughes ha preso in mano New Republic, “un giornale di opinione che cerca di rispondere alle sfide di una nuova epoca”, come recitava la sinossi in calce al primo numero, anno 1914, e lo sta traghettando in una nuova epoca seguendo una rotta fra il facile nuovismo che frammenta le news in una serie confusa di tweet e la nostalgia dei fasti di un giornalismo di qualità di cui qualcuno ha già celebrato il funerale. L’ambizione del nuovo New Republic è di conservare l’aura sacra di un giornale su cui hanno scritto, fra gli altri, George Orwell e Virginia Woolf, e di renderla compatibile con il mercato di oggi. E la prima scelta di Hughes è stata quella di fare un giornale stilisticamente bello, “che non fosse soltanto un prodotto che si compra per ‘fare i compiti a casa’ ma che faccia venire voglia di leggere”. Nella nuova testata l’articolo “the” è relegato in posizione minore, in ottemperanza al suggerimento che Sean Parker ha dato a Mark Zuckerberg agli albori di Facebook: “Jump the ‘the’”, liberati da quel fronzolo petulante e inutile, e tutta l’immagine è cambiata secondo criteri minimali e persino austeri. Tante illustrazioni in stile pop art, ghirigori ridotti a zero, immagini centellinate, molto bianco e nero. L’intervista in cui Barack Obama spazia dai progetti per il secondo mandato fino alle sessioni di tiro al piattello a Camp David e al problema degli infortuni nel football americano (che sembra faceto ma non lo è: è il racconto di un pezzo d’America) è introdotta soltanto da una grande “O” nera su fondo bianco e un piccolo “2” accanto, come se Hughes e il timoniere Franklin Foer – che hanno condotto l’intervista – fossero alla ricerca del nuovo elemento obamiano nella tavola periodica. E in quello “O2” c’è anche il riferimento velato alla “CO2”, sigla importante per un presidente che si è appena rivenduto come campione della sinistra liberal.
Negli ultimi anni, quelli della crisi nera del settimanale che per istinto di sopravvivenza ha ridotto le uscite a venti numeri l’anno, New Republic è stato un giornale brutto e imprescindibile, un pilastro dell’universo intellettuale della sinistra con copertine inutilmente patinate e grafica spartana, un misto di originalità e snobismo radical chic con un packaging dimenticabile. La scelta a vocazione minoritaria ribadita da Marty Peretz sul finire degli anni Settanta non era più sostenibile e il giovane Hughes, uomo di Facebook ed ex consigliere obamiano, ultraliberal e avvocato della causa gay con un certo senso della tradizione intellettuale della sinistra, lo ha rilevato senza illudersi che un cambio radicale di paradigma fosse la soluzione per restaurare la gloria perduta. “Crediamo che l’èra dell’iperinformazione sia esaltante ma non completamente soddisfacente”, scrive il biondo direttore nella lettera di presentazione del nuovo magazine. Nel suo universo articoli lunghi, inchieste culturali, idee, saggi, analisi politiche complesse e opinioni contromano hanno ampio diritto di cittadinanza, perché “è facile attrarre tanti clic, ma è difficile creare un senso di comunità”, è difficile nell’iperventilazione da eccesso di input concentrarsi sulle idee, farle reagire, lasciarsi intaccare dai pensieri ed elaborarne di nuovi. La ricetta di Hughes è semplice, almeno in teoria: salvare la forma dell’articolo, proteggerne lunghezza e complessità, valorizzare i nessi fra gli eventi, trascinare il dibattito pubblico invece di lasciarsi trascinare dal flusso anarchico delle news, mettere le idee sul gradino più alto della gerarchia giornalistica.
In quest’ottica la carta – il supporto fisico che sempre deva accompagnare l’astrazione – è un valore da difendere, non una zavorra di cui liberarsi. Per questo il nuovo New Republic non smetterà di stampare i suoi venti numeri l’anno, ma farà ruotare tutti i prodotti digitali attorno alla “lentezza” dell’edizione tradizionale. A partire dal nocciolo ideale, Hughes ha ricostruito l’infrastruttura di New Republic in modalità nerd friendly: ha creato nuove app per tablet e smartphone, una nuova piattaforma social, ha esteso la possibilità per il lettori di commentare e dialogare con i contenuti del giornale, ha connesso tutti i device: chi inizia a leggere l’articolo di Leon Wieseltier sulla dottrina Obama-Rumsfeld sul computer in pausa pranzo può riprenderlo sullo smartphone in metropolitana esattamente dal punto in cui si era fermato, senza segnalibri e scorrimenti. Tutto con una singola iscrizione da 35 dollari l’anno, senza paturnie da paywall o trappole digitali. Per i cultori del tutto gratis ci sono 8 articoli al mese, niente di più.
La crisi del Time
L’industria delle notizie è alla ricerca di un nuovo modello di business, e questa non è una notizia per un mondo dove ristrutturazioni e prepensionamenti sono categorie ricorrenti. Il Newsweek bicefalo di Tina Brown ormai da un mese non ha più un’edizione cartacea – poi mette in copertina un favoloso e controintuitivo saggio di David Mamet sul controllo delle armi da fuoco e viene da chiedersi se il problema dei giornali non sia soltanto nella forma – e la vecchia architettura dell’informazione sembra crollare da un momento all’altro. Il New York Times ha appena concluso un round di dimissioni volontarie per evitare i tagli dall’alto e il Time, gloria americana fondata su un’autorevolezza quasi istituzionale, si appresta a licenziare 700 dipendenti. Nel 2008 il settimanale era stato costretto a una inusuale mutilazione di 600 giornalisti (su 8.000 attualmente impiegati) ma il magazine sembrava potersela cavare senza ulteriori sforbiciate. I numeri del 2012 dicono che anche i muri della fortezza più solida tremano: Time ha perso il 6 per cento delle entrate, la pubblicità si è ritirata di un altro 5 per cento e i profitti sono crollati del 14 per cento. I conti sono ancora in attivo, ma il trend impone di tagliare le spese per creare un piano di sopravvivenza sostenibile. Ma al Time per il momento hanno in testa soltanto cambiamenti quantitativi, un ridimensionamento direttamente proporzionale al calo delle entrate pubblicitarie e all’anemia delle vendite. New Republic inaugura invece in grande stile l’epoca dei cambiamenti qualitativi, la ricerca di una terza via per salvare il giornalismo di qualità costruito su carta ed esportato in qualunque formato favorisca la circolazione delle idee.
In quest’ottica la carta – il supporto fisico che sempre deva accompagnare l’astrazione – è un valore da difendere, non una zavorra di cui liberarsi. Per questo il nuovo New Republic non smetterà di stampare i suoi venti numeri l’anno, ma farà ruotare tutti i prodotti digitali attorno alla “lentezza” dell’edizione tradizionale. A partire dal nocciolo ideale, Hughes ha ricostruito l’infrastruttura di New Republic in modalità nerd friendly: ha creato nuove app per tablet e smartphone, una nuova piattaforma social, ha esteso la possibilità per il lettori di commentare e dialogare con i contenuti del giornale, ha connesso tutti i device: chi inizia a leggere l’articolo di Leon Wieseltier sulla dottrina Obama-Rumsfeld sul computer in pausa pranzo può riprenderlo sullo smartphone in metropolitana esattamente dal punto in cui si era fermato, senza segnalibri e scorrimenti. Tutto con una singola iscrizione da 35 dollari l’anno, senza paturnie da paywall o trappole digitali. Per i cultori del tutto gratis ci sono 8 articoli al mese, niente di più.
La crisi del Time
L’industria delle notizie è alla ricerca di un nuovo modello di business, e questa non è una notizia per un mondo dove ristrutturazioni e prepensionamenti sono categorie ricorrenti. Il Newsweek bicefalo di Tina Brown ormai da un mese non ha più un’edizione cartacea – poi mette in copertina un favoloso e controintuitivo saggio di David Mamet sul controllo delle armi da fuoco e viene da chiedersi se il problema dei giornali non sia soltanto nella forma – e la vecchia architettura dell’informazione sembra crollare da un momento all’altro. Il New York Times ha appena concluso un round di dimissioni volontarie per evitare i tagli dall’alto e il Time, gloria americana fondata su un’autorevolezza quasi istituzionale, si appresta a licenziare 700 dipendenti. Nel 2008 il settimanale era stato costretto a una inusuale mutilazione di 600 giornalisti (su 8.000 attualmente impiegati) ma il magazine sembrava potersela cavare senza ulteriori sforbiciate. I numeri del 2012 dicono che anche i muri della fortezza più solida tremano: Time ha perso il 6 per cento delle entrate, la pubblicità si è ritirata di un altro 5 per cento e i profitti sono crollati del 14 per cento. I conti sono ancora in attivo, ma il trend impone di tagliare le spese per creare un piano di sopravvivenza sostenibile. Ma al Time per il momento hanno in testa soltanto cambiamenti quantitativi, un ridimensionamento direttamente proporzionale al calo delle entrate pubblicitarie e all’anemia delle vendite. New Republic inaugura invece in grande stile l’epoca dei cambiamenti qualitativi, la ricerca di una terza via per salvare il giornalismo di qualità costruito su carta ed esportato in qualunque formato favorisca la circolazione delle idee.